Michelangelo Bartolo   

Abstract

E’ una sorta di diario di viaggio di un medico romano impegnato da anni in missioni umanitarie in Africa. E’ scritto in prima persona da un protagonista ironico, a volte un po’ impacciato ma molto appassionato nel compiere il proprio lavoro in terre africane. 

Ogni viaggio diviene l’occasione per dipingere spaccati di paesi di cui generalmente si parla pocoil Malawi, il Togo o il Centrafrica, nazione che sta lentamente uscendo da una guerra civile, sono narrati quasi in presa diretta. Alcuni spaccati di vita africana vengono tratteggiati attraverso la storia di Isaac, bambino di strada in Togo o l’incontro con Salimu, ragazzino in cura in un ambulatorio tanzaniano.

Le missioni, organizzate per tenere corsi di formazione a personale sanitario locale o per aprire nuovi centri di telemedicina in paesi africani, dipingono un nuovo modo di fare cooperazione che si sta diffondendo sempre più negli ultimi anni. E’ il raccontare come lo slogan “aiutiamoli a casa loro” viene realizzato in modo quasi naturale da molte realtà di cooperazione internazionale

Attraverso questi appunti di viaggio vengono dipinte le contraddizioni di alcune capitali africane che si muovono verso una veloce “occidentalizzazione”. 

E’ un libro leggero, divertente, ma non superficiale che aiuta il lettore a guardare alla globalizzazione con occhi diversi: una chance e non qualcosa da cui difendersi. 

Biografia

Michelangelo Bartolo, 53 anni, medico ospedaliero, responsabile del reparto di telemedicina all’Ospedale San Giovanni di Roma. 

Dal 2001 ha compiuto decine di missioni di cooperazione internazionale con il programma DREAM della Comunità di sant’Egidio e per aprire centri sanitari di telemedicina in diversi paesi africani. Fondatore e Segretario Generale della Global Health Telemedicine, una Onlus che ha realizzato servizi di telemedicina in 31 centri sanitari di 13 paesi africani a cui collaborano oltre 150 medici italiani

Precedenti pubblicazioni: 

La nostra Africa: cronache di viaggio di un medico euroafricano;Ed. Gangemi, 2013

Sognando l’Africa in sol maggiore; Ed. Gangemi, 2014

Gioia e le altre; Ed. Città Nuova, 2016

Multidisciplinaryteleconsultation in DevelopingCountries” Ed. Springer2018 

Ha ricevuto 33 riconoscimenti letterari 

Approfondimenti sui precedenti libriwww.mbartolo.com

Approfondimenti sui progetti citati:ghtelemedicine.orgdream.santegidio.org

Introduzione di Roberto Gervaso (in attesa)  

Commento ai precedenti libri di Andrea Camilleri

Post fazione di Christiana Ruggeri (da confermare) 

Pb immigrazione….

E’ il classico esempio riuscito, almeno in ambito sanitario, di quel pensiero che cerca di creare una risposta alla spinta migratoria con il motto: “aiutiamoli a casa loro”. 

Un’affermazione e un modello valido, che rappresenta una risposta concreta, realizzabile, propositiva, davanti alle tante parole che spesso creano tensione, divisione e cercano di risolvere il problema alzando muri, chiudendo le frontiere e aumentando i respingimenti, a incentivando una cukturaxenofoba

In fondo, uno dei serbatoi di emigrazione sono quei paesi con instabilità politica con la guerra e senza possibilità di sviluppo per i propri abitanti. 

Per fermare, o quanto meno contenere l’emigrazione dobbiamo sostenere la gente nei paesi d’origine, che tra l’altro è anche quello che vorrebbero. Chi emigra, chi lascia la prorpia terra è perché non vede futuro per se e per la propria famiglia ed è costretto a emigrare. Talvolta è l’unica chance di futuro che hanno. Oggi, ricorda Solalinde (o Luigi Ciotti) , i migrati non sono solo alla ricerca di lavoro, ma soprattutto, di sicurezza: Non si tratta di seguire il sogno americano /per i migrantodell’america latina) o il sogno europeo (per i migranti africani) ma per molti di sfuggire alla morte.   

Spesso, invece l’opinione pubblica europea, reagisce al fenomeno migratorio in modo impulsivo, come se questo fosse dovuto solo ad un capriccio di chi emigra e non ad un reale loro bisogno. 

La politica dei respingimenti to courcenrcando anche di rendere sempre più difficile e pericoloso l’arrivo in Europa, sembra la risposta predominante. Alzare muri, barriere, è qualcosa che è diventato normale. Si cavalca il motivo della sicurezza, che ovviamente tutti vogliono. Ma c’è un fatto: non indignanoneanche più. I 2000 morti l’anno nel Mediterrano, cifra sicuramente sottostinata, dove a morire sono uomini, donne, e bambini, sono ormai una notizia a cui siamo abituati e da sentimaneti di pietas, vengono talvoktasostutuiti da: se la sono cercata. Lo devono sapere che non devono partire.

Ma dimenticarsi del movens, che spinge tanti a lasciare il paese, è forse il motivo per cui si continuano a proporre soluzioni miopi, ad un problema che è mondiale e che non si può risolvere solo con chiusure e alzando barriere sempre più alte.

E’ come se, per ovviare al problema dell’affollamento dei pronto soccorsi in Italia, si reagisse, chiudendo gli accessi, bloccando le strade e mettendo cecchini che sparano alle auto dirette agli ospedali per scoraggiare l’arrivo di altri malati. Sicuramente gli accessi diminuirebbero, ma se uno ha un figlio con un appendicite acuta è anche disposto a correre il rischio. 

D’altra parte chi si reca al pronto soccorso non lo fa certo per diletto. Ci si va per un bisogno reale, un’urgenza, una malattia che mette comunque in pericolo la vita. 

Una delle politiche nazionali, con alti e bassi delle diverse regioni, davanti all’affollamento dei pronto soccorso è moltiplicare servizi territoriali, incentivare l’assistenza domiciliare, e proporre delle risposte alternative e ugualmente valide all’acceso in ospedale. E’ un’atteggiamento che tende a rispondere ad un bisogno concreto delle gente e non ad allontanare il bisogno con la logica dell’ “occhio non vede, cuore non dole”. 

Analogamente l’”aiutiamoli a casa loro” è già una risposta costruttiva, di chi non se ne lava le mani. Lo so, è una risposta parziale ma è almeno una rizposta di chi non si volta dall’altra parte .


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